Incontro con mediatori culturali missione Libia 8 giugno 2011

PRIMO GRUPPO DI INCONTRO CON I MEDIATORI CULTURALI NELL’AMBITO DELLA MISSIONE UMANITARIA LIBIA

maggio – giugno 2011

Il primo gruppo d’incontro proposto dalla associazione “Psicologi per i popoli – Regione Lazio“ ai mediatori culturali che partecipano alla Missione umanitaria Italia – Libia, si è svolto in maniera positiva e si è concluso con la richiesta di ulteriori, proficui incontri.

Molti gli argomenti trattati che in questa prima condivisione non potevano che vertere soprattutto sugli aspetti più pratici ed organizzativi della esperienza, nuova anche per loro, trattandosi di stranieri feriti e non di rifugiati  o immigrati. Questa centralità di argomenti, non ha però impedito, ad alcuni di loro in particolare, di soffermarsi, sia pure brevemente, su risonanze e riflessioni più personali. E’ emersa la notevole professionalità dei singoli, unita alla gran fatica affrontata e che si continua ad affrontare, nel rapporto con persone malate e sofferenti, ferite nel corpo, ma anche nell’anima, lontane dalle famiglie, in un paese straniero che parla una lingua pressoché sconosciuta. Ferma restando quindi la forte empatia dimostrata dai mediatori, sono emerse le gravi difficoltà di gestione dei singoli pazienti e dei parenti accompagnatori, a volte, ancora più complessa dei malati stessi. Il racconto delle difficoltà, soprattutto iniziali, di accettazione e comprensione del loro ruolo di mediatori, i pregiudizi e le offese anche pesantemente espresse da alcuni pazienti nei loro riguardi, hanno evidenziato la necessità di una diversa e migliore gestione, soprattutto iniziale, di eventi affini.

E’ emersa anche la riflessione sulla necessità – difficoltà di gestire il rapporto con le persone, per quanto riguarda il proprio coinvolgimento affettivo, come accade per ogni relazione d’aiuto, allo scopo di salvaguardare sia il proprio equilibrio emotivo che quello professionale. Gli interventi a lungo termine, infatti, propongono scenari più complessi e di ben più difficile gestione, non solo professionale. E’ risultata anche, tanto evidente quanto motivo di confusione generale almeno iniziale, la mancata comunicazione ai malati, sia della natura della missione umanitaria (chi pagava la Missione – molti pensavano avesse pagato il governo libico (quale?) – quali i loro diritti di malati, quali i doveri di comportamento, quali le figure di supporto che avrebbero incontrato, quali le regole da rispettare, quali le richieste possibili e quali impossibili: la poca discrezionalità che dovrà essere loro concessa riguardo a scelte di cibo, personale sanitario e non, orari, uscite dal reparto, visite di conoscenti, uso degli spazi ospedalieri e così via.

L’aver cercato di contenere e dare linee di comportamento più chiare, a distanza di una settimana nella quale nessuna regola era stata né  trasmessa, né tantomeno applicata, ha creato, non solo confusione, ma anche molta tensione soprattutto nei riguardi del personale tutto (mediatori in primis) che è così entrato nella categoria dei “buoni e cattivi”, a seconda che la permissività fosse stata più o meno applicata. Nella circolarità e condivisione della esperienza, tanto nuova quanto faticosa, sono quindi emerse alcune “lezioni apprese” da tenere ben presenti  nel momento nel quale, o per il prosieguo della Missione umanitaria, o per altre situazioni, ci si dovesse di nuovo trovare ad affrontare eventi affini:

Ø se possibile in precedenza, ma almeno entro le prime 48 ore dall’inizio dell’intervento, far incontrare tutte le persone che, con ruoli diversi, lavoreranno allo stesso progetto, (coordinatori, medici, infermieri, psicologi, mediatori, ecc.), allo scopo di definire e conoscere i diversi ambiti professionali (perlopiù si ignora, per esempio, la differente professionalità del mediatore culturale e del traduttore – così come troppo spesso si ignora la differenza tra psicologo e psichiatra!) e per stabilire LE REGOLE DI BASE da adottare, sia per i singoli ruoli che per la buona riuscita del progetto in generale;

Ø trasmettere e far conoscere (anche per mezzo di cartelli scritti nella loro lingua) tempestivamente le disposizioni di base a cui ci si dovrà attenere, per una convivenza ed organizzazione creata appositamente, nel rispetto dei malati e del lavoro di chi opera a loro vantaggio;

Ø offrire a tutti i componenti della equipe di lavoro la possibilità di incontrarsi dopo una o due settimane al massimo, per fare il punto della situazione, condividere ed affrontare, nel caso, le problematiche emerse ed emergenti  (coordinamento da parte degli psicologi );

Ø considerare anche l’opportunità di concludere l’esperienza con una riunione plenaria a cui far partecipare TUTTI ed i coordinatori del progetto, anche esterni.

E’ emersa infine una importante problematica relativa al fratello di Yaya, il ragazzo ancora in terapia intensiva, che appare oramai, sia ai mediatori che agli psicologi, non solo stremato dal  lungo accudimento del fratello (40 giorni trascorsi pressoché solo vicino al letto del fratello, prima in  rianimazione), ma in pericolo di perdita di contatto con la realtà ed equilibrio personale. Pur essendo una persona splendida di fondo, gentile ed educato, rivela ultimamente forte irritabilità, richieste ossessive di presenza, senso di abbandono, eccesso di simbiosi con il fratello ed eccesso di presenza vicino a lui che sembra  oramai  rivelarsi  anche negativa, perché troppo invasiva.

          Si è tutti d’accordo che sia necessario un rapido intervento  che dovrebbe però realizzarsi   anche come – regole – di presenza in reparto, da concordare e trasmettere insieme  al personale sanitario (direttore sanitario?), essendo convinti che i soli psicologi e mediatori, sia pure stimati e molto bene accolti, non potrebbero ottenere oggi l’effetto desiderato, di salvaguardia, sia dell’equilibrio psicologico del fratello che del diritto di Yaya a guarire secondo i propri tempi, senza  sentirsi oppresso da richieste ed incoraggiamenti che oramai possono bene essere letti come il bisogno legittimo di un uomo esausto che cerca, in ogni modo, di dare forza ulteriore a se stesso. Convincerlo invece della positività di saper dare più spazio alla sua persona, per affrontare meglio e con maggiore forza il lungo percorso sanitario che purtroppo ancora dovrà affrontare con il fratello, il quale comunque non è ancora del tutto fuori pericolo, per quanto ci viene detto, essendo stato devastato da ferite  terribili. Con un arrivederci molto cordiale e di reciproca stima, si conclude questo primo gruppo di incontro con alcuni dei mediatori culturali che partecipano alla Missione umanitaria Libia i quale si è svolto nei locali dell’Ospedale S. Camillo Forlanini, in collaborazione con la Dott.ssa Danila Pennacchi.

Roma 8 giugno 2011

Gianni Vaudo

Serena Cugini

Psicologi per i Popoli – Lazio