“La cultura del virus contro la coltura del virus”. Riflessioni ai tempi della CoViD19

Ricordo che avevo nove anni quando trovai i miei genitori incollati davanti alla televisione ad ascoltare con attenzione mista a cupa meraviglia un uomo che parlava con un’espressione preoccupata. Sembrava che dicesse qualcosa di importante, qualcosa che forse doveva interessare anche me. Dalla sua bocca uscivano parole nitide che però non riuscivo a organizzare in modo chiaro, che tuttavia, risuonavano in me come una eco tonante priva di senso. Era il 1986 e da giorni aspettavo l’effetto della inevitabile contaminazione: c’era stato un incidente a Černobyl’, era una cosa grave. Questo lo avevo capito!

Per qualche tempo niente fu più come prima. Nel latte c’era qualcosa di profondamente e incomprensibilmente sospetto, poteva essere radioattivo, dicevano! Da li per i successivi quindici anni ci saremmo ammalati, forse saremmo morti. Avremmo partorito “mostri”! Il mondo era stato irrimediabilmente rovinato. Ovunque ci girassimo era l’unico argomento di cui si sentiva parlare. Tutto vero! Ma quelle verità, in quel momento, assumevano un carattere di angosciante premonizione, sembrava quasi che annunciassero la fine di tutto il genere umano.  Noi, i piccoli immaginavamo già un futuro popolato da persone a due teste e cani con cinque zampe, alzavamo gli occhi al cielo e ogni nuvola che vedevamo sembrava sinistra e malvagia: avrebbe potuto essere la minacciosa e famosa nube tossica! Non sapevo di preciso da che cosa proteggermi, sapevo solo che c’era una minaccia silente. C’era in agguato lo spettro di una catastrofe imminente. Sarei morto? Che ne sarebbe stato della mia famiglia? Come potevo continuare ad andare a scuola con il rischio che c’era ad uscire di casa? I miei genitori erano degli incoscienti! Come mangiare ancora frutta e verdura sapendo che erano state bagnate con acqua piovana contaminata? E peggio ancora, non avrei mai più potuto alzare il viso al cielo in una grigia giornata di pioggia, a meno che, ovviamente – ma poi tanto ovvio non era -, non avessi accettato il rischio di dissolvermi sotto quelle acide lacrime di nuvola!

Con gli amici ci fermavamo a scambiarci notizie di riporto dalle nostre case, inevitabilmente ingigantite ma poi riprendevamo rapidamente i nostri giochi perché, pensavamo, questa esplosione non può mica rovinarci la vita! Sono passati anni, molte avversità hanno attraversato questo tempo: guerre, terrorismo, buco dell’ozono, AIDS, terremoti e profezie Maya. Elementi costanti, oltre al bombardamento mediatico, sono il senso di pericolo, la paura ad esso collegata e il nostro modo di affrontarla. Non sono più un bambino eppure in questi giorni sento dentro di me le stesse irrazionali forze che mi spingono a diffidare delle autorità, dei mass media, ad affidarmi all’isolamento, a dubitare del vicino (soprattutto se tossisce). Quelle forze ci spingono alla compulsiva ricerca di mascherine e gel per le mani, fanno nascere un insaziabile bisogno di attingere all’informazione, perché sebbene non ci siano ancora casi nel mio comune (almeno mentre sto scrivendo), nel momento in cui dovessero annunciarne la presenza potrebbe essere troppo tardi! E così una parte del mio cervello lavora incessantemente costruendo e proiettando dentro di me immagini catastrofiche, una sorta di apocalisse senza possibilità di sopravvivenza, mentre un’altra parte cerca di analizzare i dati a disposizione e mantenere una certa lucidità. Per il retaggio di una antica strategia di adattamento pesano comunque di più le notizie catastrofiche, i contagi, le morti. Le guarigioni e il fatto che le vittime fossero persone con pregressi quadri clinici compromessi attivano meno sensazioni. Registriamo quello che può essere più utile alla nostra sopravvivenza in un circolo di paura alimentata da informazioni angoscianti che spingono a cercare altre informazioni che inevitabilmente alimentano la paura.

Sono uno psicologo e come tale è da queste forze oscure che sono affascinato, da come giocano dentro di noi, da come i nostri vissuti agiscono sulle nostre interpretazioni del mondo spingendoci ad attuare azioni specifiche. Conoscere ci permette di evitare che la cultura del virus ci trasformi in agenti di coltura di virus. So con certezza che quella parte irrazionale che ci fa sentire in pericolo e che genera fantasie terrificanti è la stessa che ci spinge ad azioni irresponsabili. Ci muoviamo nelle emergenze come una mandria di bisonti che corrono per sfuggire a qualcosa di pericoloso, calpestando e travolgendo qualunque cosa ostacoli il loro passaggio, pur di mettersi in salvo. Chiamiamola pure “la dura legge della natura”, riempiamoci la bocca parlando della “logica dei grandi numeri”, per cui a qualcuno semplicemente andrà male, a molti andrà bene. Sempre in prima linea nel emettere giudizi affrettati e facili verità, crolliamo quando sentiamo la minaccia avvicinarsi, perché alla fine nessuno vorrebbe essere quel “qualcuno” a cui va male.

Meglio non sottovalutare il panico del vicino che (come il bisonte) agisce per mettersi in salvo, girando con mascherine (spesso inadatte e quindi di fatto inutili) e scorte di Amuchina gel per le mani nelle tasche. Meglio fare di più in termini di precauzioni, che rischiare di morire per attardarsi ad analizzare più profondamente il problema. Quanto vorrei che non fosse così ma alcuni meccanismi ci rendono assolutamente prevedibili e perdonatemi la brutalità pericolosamente “stupidi”.

E come se non bastasse tutto questo, anche se in misure diverse, è presente in ognuno di noi. Si attiva quando entriamo veramente in contatto con la precarietà dell’esistenza, con l’idea della nostra morte o di quella delle persone a noi care; trova conferma nella difficoltà che incontriamo quotidianamente nell’accettare la sofferenza come parte delle nostre vite. Nasce dall’ancestrale e insaziabile bisogno di controllare l’ambiente esterno, un tratto caratteristico dell’essere umano, quello che ci ha permesso di evolverci e domare una natura ingestibile. E così per una serie di strani meccanismi (che noi “strizzacervelli” chiamiamo Bias cognitivi) passando davanti ad una farmacia in cui è visibile un cartello che recita: “Amuchina gel e mascherine esaurite”, sento crescere irragionevolmente la voglia di comprarli entrambi. Non ne sentivo il bisogno poco fa, ma ora che sono esauriti rischio seriamente di essere io quel bisonte a cui andrà male, inaccettabile! Ovviamente non è così e al momento ho la stessa probabilità di tutti gli altri di contrarre la CoViD19, che per chi non avesse visto sufficienti telegiornali è l’acronimo di Corona Virus Disease 2019. Già perché nel frattempo diventiamo tutti esperti virologi, tutti esperti in sistemi di protezione individuale, ora sappiamo che le mascherine hanno diversi gradi di filtraggio e possiamo parlare con disinvoltura di protezione FFPT1, FFPT2 e FFP3, mentre fino a ieri avremmo storto la bocca e sgratato gli occhi se qualcuno avesse usato quegli acronimi riuscendo probabilmente a sillabare solo un imbarazzato “che significa?”. Oggi chiunque conosce il volto di questo virus, ne conosce la differenza da quello della SARS (almeno vagamente), usa con disinvoltura e un pizzico di orgoglio le parole epidemia e pandemia; i più audaci si azzardano addirittura ad esporne le differenze. Ecco che senza accorgercene creiamo cultura, costruiamo un linguaggio comune per esorcizzare le nostre paure. Ora che gel e mascherine sono esauriti, ora che “i politici ci nascondono qualcosa mentre loro si salvano la vita dopo averci messo in pericolo con la loro incompetenza”, Adesso che “i medici non capiscono niente, la gente è pazza e il terrorismo psicologico è una realtà”, il panico e l’isteria di massa (termini davvero di grande effetto sulla massa) sembrano essere l’unica vera opzione per salvarci la vita.

È in questo scenario che diventa quasi ragionevole scoprire che l’amuchina gel costa 200 euro. Di più, quasi viene voglia di comprare quei preziosi flaconcini. Salvo poi, fortunatamente, aprire il telefonino e scoprire su WhatsApp che qualcuno ha condiviso prontamente la ricetta per autoprodurci il nostro personale flacone di ipoclorito di sodio gel, ora cambia tutto! Ora non sarò io quello che ci resta secco, forse! E nel dubbio perché rinunciare al più efficace metodo anti-contagio mai inventato dalla civiltà umana l’infallibile “grattata di biglie”. Fa tenerezza vedere come la nostra paura ci renda simili, come ci spinga a reagire in modo così innocentemente simile, ed in fondo paradossalmente ci rendiamo conto che la paura può anche unirci.

Fortunatamente esiste un’altra parte di me, di noi. Quella capace di prendere in considerazione i dati e le informazioni, di confrontarle e valutare la strategia più efficace per proteggerci per davvero. È quella parte che si rende conto che la paura è un emozione funzionale utile solamente se conduce a scelte responsabili. Uso la parola responsabile nella sua accezione etimologica, per sottolineare l’altra fondamentale umana capacità: rispondere con consapevolezza alle volubili richieste di un ambiente esterno capriccioso e privo di riguardi per le nostre fragili vite. Allora mascherine o no, amuchina o no, forse sarebbe opportuno cominciare a domandarsi che cosa possiamo fare per proteggere noi stessi davvero e il nostro piccolo “branco”. Ognuno con le proprie capacità e risorse.  Perché magari se fumiamo 40 sigarette, e anche se ci strofiniamo le mani di gel poi ci va male, forse non è lui che ci ha fregato i polmoni.  

La nostra irrazionalità da sola ci rende vulnerabili.

Fingere che non esista il problema ci rende vulnerabili. Focalizzarci solo su una parte delle informazioni che la realtà ci propone non ci permette di valutare chiaramente e con lucidità il fenomeno che stiamo affrontando.

La spettacolarizzazione dei media non aiutano a mantenere le nostre naturali reazioni emotive sotto controllo. Così finiamo per sapere minuto per minuto quante persone vengono contagiate, ma niente si dice, o poco, su quante guariscono. La Francia ha 12 contagiati, che siano tutti guariti e dimessi, è un dettaglio purtroppo trascurato. E così, se non stiamo attenti alle informazioni che mettiamo in circolazione, un virus aggressivo, ma dal livello di letalità molto contenuto, si trasforma in un biglietto vincente – si fa per dire – del viaggio sola andata che non vorremmo mai vincere.

In fondo nelle emergenze, come nelle quotidiane sfide della vita, si tratta di muoverci tra paura e consapevolezza. È in quel piccolo spazio interno che costruiamo il nostro equilibrio psicologico ed è lì che possiamo vivere una vita appagante, nonostante gli inevitabili pericoli che viverecomporta.Oggi si parla di Coronavirus è la minaccia di questi tempi, una minaccia reale, ma non è Ebola. In fondo esattamente come quando eravamo piccoli cerchiamo qualcosa che ci rassicuri, quella lucetta a muro capace di impedire ai mostri di materializzarsi nella nostra camera da letto; cerchiamo l’abbraccio protettivo dei nostri genitori. Anche oggi come allora cerchiamo qualcuno che sia in grado di dirci che andrà tutto bene, che ci salveremo, che non moriremo, che non siamo noi quelli a cui andrà male. Visto che oggi siamo uniti da un nemico comune, il virus, cerchiamo di ricordarcelo quando la notte sarà passata.

Guardiamoci dentro e riconosciamo in noi il bisogno di rassicurazione di fronte alla paura dell’ignoto: solo così saremo in grado di provare a tutelarci.

Di Massimiliano Di Carlo (Psicologo dell’emergenza e Psicoterapeuta)